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Il cantante non (ri)paga

Quando le amministrazioni locali si renderanno conto che i fondi destinati alla cultura e allo spettacolo – pochi o molti che siano – vanno interamente investiti valorizzando le risorse locali?

In Italia si sta sviluppando un dibattito sempre più interessante sul modo di intendere la cultura: come “palla al piede” dell’economia reale o come occasione concreta di rilancio, di sviluppo. Inutile sottolineare che per i più   ogni fondo destinato alla cultura è sprecato, inutile o addirittura dannoso. Occorre uno sguardo non poco lungimirante per rendersi conto che i danni – quelli veri – li provoca un materialismo sempre più sfrenato e ottuso, ma di questo possiamo accorgercene, forse, solo grazie alla cultura (appunto).

Incentivare le risorse locali significa permettere alle nuove generazioni di crescere con valori davvero sani: sviluppo delle proprie doti artistiche, capacità di lavorare in gruppo, altruismo, ecc. Tutto questo svanisce, se i fondi a disposizione – pochi o molti che siano – vengono spesi per “il cantante”, che nella migliore delle ipotesi può portare un beneficio economico di qualche ora al bar più vicino alla zona del concerto.

Tra l’altro, perché in un sistema privato e capitalistico “che si rispetti”, l’artista professionista ha accesso a fondi pubblici?

 

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